TRAIL SULLA LINEA CADORNA


Nell’ormai lontano 1916 il Generale Luigi Cadorna certo non immaginava che la parte realizzata nel VCO della sua linea difensiva, costata un immane lavoro, sarebbe diventata in questo momento di forte sviluppo del trail running un percorso ambitissimo al punto di farlo diventare il tracciato di una gara come la Lago Maggiore Zip Line Trail o una parte del percorso della Orna Trail con panorami mozzafiato.

foto Alberto Caldani

Ma andiamo per ordine e ritornando al Generale che tutti abbiamo studiato sui libri di storia relativamente alla Prima Guerra Mondiale (chi non ricorda Caporetto), analizziamo l’ambito contestuale in cui questa parte di linea difensiva si snoda.
Interessante, ma allo stesso tempo curioso, notare come da una recente ricerca condotta dagli studiosi Leonardo Parachini e Debora Chiarelli, tale opera difensiva avrebbe dovuto, in realtà, chiamarsi “Linea Michelini” in onore del Colonnello Luigi Michelini che l’ha realmente progettata, sviluppata e seguita nella sua costruzione.
Ma indipendentemente dal nome, ritorniamo alla Linea e all’ambito specifico del VCO che è situato nell’alto Piemonte in prossimità del confine Svizzero, con caratteristiche morfologiche montuose, con panoramiche che guardano verso il fronte compatto delle Alpi a Nord e alla visuale progressivamente più ampia sul complesso dei laghi Maggiore, Mergozzo, e Orta verso Sud.

La stretta valle fluviale del Fiume Toce, che si snoda da Domodossola fino a Mergozzo e Gravellona Toce, fa da spartiacque tra il Massiccio della ValGrande e quello della Valle del Sesia.
In questa stretta conca, venne costruita una parte di quella che venne definita “Linea Cadorna”: un esempio di archeologia bellica costruito durante la Prima Guerra Mondiale a scopo di difesa, che non fu mai utilizzato. L’intero sistema comprende diversi elementi, trincee a monte e in grotta, osservatori in quota, forti e punti di tiro. Motivo di interesse è anche la forte presenza di una ricca rete infrastrutturale che percorre l’intera zona come una grossa colonna vertebrale portante (superstrada, ferrovia, rete di strade statali, locali e percorsi ciclopedonali), la quale è valido mezzo di percorrenza per il veloce raggiungimento dei numerosi punti di interesse disseminati in tutta la cosiddetta “Valle del Toce”. Ecco che allora l’integrazione tra paesaggio e le valenze storico-ambientali qui presenti, con il progredire dei mezzi di spostamento veloce, diventano fautori di sinergie propositive e positive alla, e per, la valorizzazione; di cui questo percorso podistico è uno dei tanti passi.

Il contesto storico

Il progetto di una catena di fortezze che proteggesse il confine italo-svizzero ha origine nel 1862, subito dopo la creazione del Regno d’Italia, quando la commissione di difesa dello stato suggerì la costruzione di una serie di fortini muniti di batterie di cannoni, per contrastare eventuali invasioni offensive provenienti dal confine svizzero. 

Nello stesso anno, a causa del cattivo stato in cui versavano le finanze del nuovo stato, si decise di studiare un piano di difesa ridotto, che non comprendeva più la costruzione delle fortificazioni, che restarono sulla carta.

Nel 1871 il progetto venne inserito nuovamente nel programma di difesa. Fu rifiutato nuovamente nel 1882, poiché si considerava poco probabile una violazione austriaca o tedesca nel territorio svizzero. In sintesi i progetti furono ripresi e accantonati continuamente fino al gennaio 1911, quando l’Ufficio della difesa si convinse di creare quest’opera, il cui compito era quello di tenere sotto tiro tutta la linea del confine nord-occidentale.

All’inizio della prima Guerra Mondiale la Germania invase il Belgio neutrale, per aggirare le postazioni francesi.

Nel settembre 1915 l’Italia temette un’invasione tedesca dalla Svizzera: il Capo di Stato Maggiore, Luigi Cadorna, riprese quindi il vecchio progetto del 1882 e, con opportune modifiche, ordinò di allestire una complessa linea difensiva dal confine svizzero con una rete di strade, trincee, fortificazioni, che copriranno ben 72 km.

I lavori iniziarono nel 1916 e pochi mesi dopo l’Italia dichiarò guerra alla Germania rendendo impellente l’utilizzo della linea difensiva.  A causa della scarsa disponibiltà di forze armate in questa zona, gli sbarramenti furono costruiti lungo una linea più arretrata rispetto a quella di confine e con giochi di incuneamenti lungo i dorsali sovrastanti e le valli. Questo rendeva il disegno delle fortificazioni più duttile in quanto seguiva l’orografia del terreno.

Nella concezione militare dell’epoca si faceva ancora più affidamento sulla forza fisica delle masse umane, piuttosto che sui mezzi tecnologici, perciò particolare attenzione venne dedicata alla costruzione delle trincee, nelle quali dovevano combattere i soldati in prima linea: la trincea era in calcestruzzo e pietra, corredata da piattaforme sulle quali salire per sparare e da nicchie piccole e grandi per la dotazione di munizioni e generi di conforto. I trinceramenti erano susseguenti con sviluppo a linee spezzate, spesso con angoli acuti che garantivano maggiore protezione dallo scoppio di granate.

Ogni trincea era fornita di latrine e, dove possibile, di fontanelle di acqua potabile.

A intervalli regolari si trovavano nicchie a campana per il ricovero delle sentinelle in caso di maltempo. Numerosi tratti di galleria, le “ridotte”, offrivano sicurezza in caso di bombardamento. A breve distanza le une dalle altre, delle scalette permettevano rapida uscita in caso di contrattacco.

Lungo le trincee a intervalli regolari si trovavano postazioni sotterranee per armi automatiche come le mitragliatrici.

Le trincee servivano da protezione alle batterie di cannoni che potevano essere semplicemente all’aperto, in posizione elevata seminascosti da un semplice muro di protezione, oppure in caverna sotto la cresta dei monti, bene camuffate dalle rocce circostanti.
Poi vi erano osservatori, magazzini, caserme, comandi, e ancora strade e sentieri per raggiungere le trincee: un’opera immensa che prevedeva 88 appostamenti per batterie di cannoni (11 dei quali in caverna), 2500 metri quadri di baraccamenti, 296 km di camionabili, 398 km di mulattiere. Questo enorme lavoro fu compiuto da 20.000 operai e costò una cifra paragonabile a 150 milioni di euro attuali.

Durante la costruzione del sistema di fortificazioni, i fondi di tali operazioni cominciarono a scarseggiare, trasformando così le opere, da manufatti di incredibile attenzione artistica e costruttiva di dettaglio, a realizzazioni rozze, mutile, spesso non finite.

La linea fu continuamente sorvegliata dall’OFAN (Comando di Occupazione Avanzata frontiera Nord) fino a che, a metà del 1917, le artiglierie vennero ritirate dalle postazioni e i reparti di milizia territoriale spediti d’urgenza sul fronte veneto.

La Linea Cadorna nella Provincia di Verbania (VCO)

Fra le ricchezze storico-culturali ed architettoniche della Provincia del Verbano Cusio Ossola c’è quindi una porzione di questo immensa “macchina difensiva”, rimasto quasi del tutto dimenticato per ben più di mezzo secolo, e che solo da alcuni anni a questa parte è finalmente stato considerato come un’autentica risorsa, per una fruizione a fini pacifici di quanto realizzato per scopi bellici e di difesa nazionale.

La Linea Cadorna non era una struttura fortificata continua collocata a ridosso della frontiera, ma una serie di opere composte da appostamenti per la fanteria e postazioni per l’artiglieria, costruiti in località arretrate, a presidio e difesa dei punti nevralgici collocati sui principali assi di penetrazione di un potenziale nemico che facesse ingresso dalla Svizzera.

E’ lo stesso Luigi Cadorna che in una delle sue pubblicazioni, successiva al conflitto, ricorda i presupposti e le motivazioni della costruzione di questa struttura difensiva; tuttavia all’ingresso dell’Italia nel conflitto Mondiale, il confine sul lato italiano non era così munito come quello elvetico, a causa della limitata disponibilità di forze per presidiarla e pure per affrettarne la realizzazione.

Oltre ad alcune opere situate in Valle d’Aosta, il tratto iniziale della Linea Cadorna faceva parte del settore Sempione-Toce delle linee di difesa principali della Quinta Armata, a cominciare dal Monte Massone ed interessando la zona della Stretta di Bara, sul territorio di Ornavasso, continuando più oltre nel Verbano sulla linea monte Zeda, Monte Vada, Monte Spalavera, Monte Carza.

Erano previsti una settantina di km di trincee, 88 postazioni di artiglieria, circa 25.000 mq di baraccamenti, con uno sviluppo di oltre 300 km di strade e quasi 400 km di mulattiere; l’artiglieria avrebbe impiegato cannoni, mortai e obici.

Venuto a diminuire il rischio di attacco attraverso la Svizzera, sciolto il Comando della Quinta Armata da cui dipendeva la struttura difensiva, nell’estate del 1917 rimase a presiedere all’organizzazione dei lavori e alla gestione delle opere solo il Comando dell’occupazione Avanzata Frontiera Nord.

Nell’autunno del 1918, ci fu un ulteriore alleggerimento di organici e funzioni, che venne poi sciolta nel 1919.

La Linea Cadorna non fu mai armata, almeno nel tratto che si sviluppa tra Ossola e Verbano, ciò perché in un ottica di economia di forze dovevano essere schierati soldati e artiglierie solo in caso di effettiva necessità.

Le fortificazioni

Trincea

Si tratta di un semplice fossato, profondo circa quanto l’altezza di un uomo, largo intorno al metro/metro e mezzo; sull’orlo del quale, dal lato di fronte al nemico, corre una difesa di pietra e sacchi a terra con feritoie aperte ogni tanto, per consentire ai soldati l’osservazione e l’impiego delle armi, prevalentemente fucili o mitragliatrici. A ridosso delle trincee si aprono solitamente dei ricoveri o rifugi scavati nella roccia o nella terra e armati di travature, dove trovavano posto in condizioni di relativa sicurezza dal fuoco nemico le squadre di fanti che stazionavano nella prima linea, essendo la vigilanza normalmente affidata alle vedette. Le trincee comunicano coi posti di comando e di rifornimento e coi punti di raccolta delle riserve mediante camminamenti, costituiti da alti fossati, più angusti delle trincee ma di altezza maggiore, per il passaggio in condizioni di sicurezza.

Nello specifico, le opere della linea Cadorna sono quelle tipiche di una fortificazione permanente e pertanto le trincee sono del tipo blindato per tiratori in piedi, costruite con largo impiego di pietre locali o calcestruzzo con barre metalliche annegate al suo interno.

Anche nelle opere in caverna si può osservare l’impiego di calcestruzzo, nei basamenti di appoggio delle singole mitragliatrici o altro. Le opere in caverna sono prevalentemente postazioni per mitragliatrici e artiglieria, gallerie di collegamento, depositi.

Fra le altre opere sono da citare gli osservatori, collocati in località estremamente panoramiche, con il compito di controllare i movimenti dell’avversario e dirigere il tiro delle artiglierie, secondo uno schema preordinato.

Fortificazioni svizzere

Ipotizzando un passaggio delle forze nemiche attraverso la Svizzera, si rese necessaria la difesa (o supposta tale), costruendo un sistema difensivo sul valico del Sempione. In particolare a Gondo, (una ventina di opere), e i campi trincerati del Gottardo e di Bellinzona.

Il forte incompiuto del Montorfano

Tra le opere fortificate più imponenti e significative, questo forte; rimasto incompiuto. Sorge nel comune di Mergozzo, nei pressi di quello che era denominato Alpe Prea, dotato di una strada di accesso e di opere minori di supporto e difesa.

Lo sperone roccioso dell’Orfano fu interessato da interventi militari sin dalla primavera del 1912, per individuare le postazioni ottimali.

L’opera del Montorfano si caratterizza come vero e proprio forte, che doveva essere dotato di 4 o 6 pezzi in cupole girevoli. Il forte avrebbe dovuto essere di due piani, largo una decina di metri e assai defilato, con copertura in calcestruzzo a prova di bomba da cui emergevano le cupole metalliche con le bocche da fuoco.

In sostanza, se completato, avrebbe potuto abbattere obiettivi sino a Megolo e Vogogna verso l’Ossola e fra Ghiffa e Oggebbio lungo la litoranea che porta al confine ticinese.

All’inizio della Prima Guerra Mondiale i lavori di costruzione proseguivano da circa tre anni ed erano stati completati la camionabile di accesso, la mulattiera, la casermetta. In vetta vennero realizzate la polveriera ed un edificio destinato al presidio a ridosso del banco di roccia. A guerra già iniziata e inseguito all’attacco al similare forte Verena sull’altipiano di Asiago, che mise in luce la debolezza di questo tipo di forte, i lavori vennero abbandonati. Conclusosi il conflitto mondiale, il Montorfano rimase in parte zona militare, attirando l’interesse dello spionaggio elvetico.

Un pretesto per raccontare il territorio

Le diverse parti che costituiscono il complesso fortificato permettono di scoprire il territorio circostante, dalle profondità delle grotte ai passaggi delle trincee che si incuneano tortuosi nelle rocce in superficie.

Il paesaggio appare differente dalle grotte dove si trovano le postazioni per mitragliatrici e fucilerie, dalle più alte postazioni per i cannoncini, dalle finestrelle delle trincee e dalle postazioni strategiche degli osservatori.

La necessità di costruire i manufatti in posizione dominante per ragioni militari, ha per conseguenza la disponibilità odierna di percorsi, terrazze e piazzole con panoramiche mozzafiato a picco sul paesaggio, sui laghi e la valle, e con una visione quasi circolare verso la catena alpina.
Le sue caratteristiche, che ai tempi della Grande Guerra la rendeva un meccanismo di controllo, difesa e appostamento ideale, la rendono oggi un vero e proprio sistema di osservazione e fruizione del paesaggio, perfettamente integrato con la natura e l’orografia del luogo: una testimonianza storica da valorizzare, in quei luoghi che nascondono ancora l’eco dei passi del Generale Cadorna.
Da seguire, magari nel ritmo cadenzato e riflessivo, di una corsa a contatto con la natura.

Arch. Cinzia Catena
Arch. Maurizo Forella

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